Una di loro … quasi

Con il passare del tempo diventavo sempre più confidente nello scegliere i luoghi dove accampare. Con la mia bicicletta potevo inoltrarmi in zone discoste senza essere notata e questo mi rendeva sicura. Mentre ora con un grosso fuoristrada bianco era più difficile passare inosservata, ma pian piano tutto diventava più fluido e notai che le persone non erano assolutamente disturbate dalla mia presenza. Sì, i bosniaci sono davvero tranquilli e “alla mano”.

Lago Blidinje

Le strade erano praticamente deserte così come le zone turistiche. Ogni tanto mi sarebbe piaciuto scambiare due chiacchiere con qualcuno, ma apprezzavo anche il privilegio di godermi alcuni luoghi in totale solitudine. Quando si è soli il silenzio sembra quasi assordante. Suoni e rumori sembravano amplificati, limpidi e chiari… mi dava un senso di presenza solenne, di me che vive nel presente, ora, qui, al 100%.

Mostar

Le poche parole che avevo imparato mi aiutarono a conquistare la simpatia e la fiducia delle persone. Mi sentivo proprio a mio agio, a tal punto che la gente pensava fossi bosniaca: mi parlavano nei supermercati sul costo dei mandarini o scambiavano qualche battuta nel reparto animali; mi chiedevano indicazioni stradali o iniziavano a chiacchierare nei piccoli negozi di paese: “Mi scusi non capisco, sono turista” rispondevo sorridendo. Fecevano un balzo indietro. Erano quasi stupiti. Mi scrutavano con lo sguardo per capire se stessi scherzando.

La vecchia Mostar

Cominciavo ad abituarmi alle strade terribili, ai villaggi abbandonati, ai bar all’ingresso dei supermercati avvolti in una nuvola di fumo di sigaretta, a quale “Sir” (formaggio locale) comprare, ai biscotti Plazma, ad aquistare l’ottima frutta e verdura di stagione dei nonnini appostati sul ciglio della strada, a fermarmi a guardare ai passaggi a livello (sì, perché ho scoperto che il 99% dei lampeggianti e delle barriere non funzionano… grazie al mio potente angelo custode). Ero uno di loro… quasi.

Lasciando Lukomir

Quasi. Facevo ancora fatica a vedere meravigliosi cani legati alla catena. Quelle maledette catene cortissime! Un macigno sul petto. Rabbia. Impotenza. Lo sguardo di quei cani era un grido d’aiuto. Pura disperazione. Ma che razza di vita è questa? Perché? Perché volere un animale e tenerlo così? Ho pianto molto. In un paio di occasioni chiesi ai padroni di poter portare a spasso il loro cane. Ricordo ancora Lucky (‘fortunato’), un nome che sembrava uno scherzo. Nessuno si interessava di lui. Intere giornate fuori al caldo, al freddo, sotto la neve e la pioggia; legato alla sua catena lunga meno di 2 metri. 365 giorni all’anno. Mi fu permesso di farci una passeggiata. Pura gioia. Quasi 6 km attraverso boschetti e corse nei prati. Stanco perché non abituato a camminare così tanto, si sdraiò sulla schiena e mi leccò la mano. Un potente “grazie“. Non mi sono girata a guardarlo dopo averlo di nuovo legato alla catena. Non ce la facevo. Ma lo sentivo piangere.

Cecilia

Sapevo che prima o poi avrei ceduto. Credo che un cane sarebbe stato difficile da far accettare a Dimitri (anche se in un paio di occasioni ho esitato moltissimo), ma un gatto… È successo in un campeggio a Blagaj. Un fagottino magro, dal pelo orribile, maltrattata dagli altri gatti si aggirava completamente sola e con gli occhi terrorizzati. Non so come, ma riuscii a prenderla. Le diedi del cibo e da quel giorno la trovai ogni mattina fuori dal Pajero. Le feci un bagno e presto me la ritrovai nel Pajero dormire serenamente. Mi assicurai con i proprietari del campeggio che la gattina non appartenesse a nessuno e così Cecilia si unì al nostro Team.

Tramonto a Daorson

Il mio viaggio nella meravigliosa Bosnia continuava: io, Dimitri e Cecilia. Lei era fantastica, come se avesse sempre viaggiato con noi. Era sempre nei paraggi e di notte aveva imparato a usare la porticina. Dentro di sé portava (porta ancora) diversi traumi e credo che ci siano gesti e situazioni che ancora la terrorizzano. Mi è capitato più volte di doverla aspettare per più di 9 ore. Ma è comunque sempre ritornata.

Le megaliti di Daorson

Ho amato la Bosnia. La sua gente, la sua semplicità, la splendida natura. La situazione non è sempre facile. In alcuni luoghi ho avvertito una certa tensione, instabilità. In alcune regioni il tempo sembra essersi fermato a 25 anni fa, dove la distruzione causata dalla guerra grida silenziosamente quanta sofferenza ha vissuto il paese: case martoriate dai colpi di mitraglia, bombe, interi edifici crollati, case saccheggiate dai materiali ancora utilizzabili, intere proprietà, fabbriche e aziende abbandonate. “Era bello una volta…” mi dicevano gli anziani.

È un paese pieno di risorse, con un grande potenziale, anche turistico. Per me è stato incredibile accamparmi in un sito archeologico (patrimonio UNESCO) completamente indisturbata. Camminare tra le rovine e trovare manufatti in terracotta risalenti a 2000 anni fa.

Cecilia ai piedi della montagna Maglic

Per me era incredibile campeggiare in un parco nazionale (assolutamente vietato in Svizzera). Cominciavo a sentire una sorta di conflitto: da un lato spero che il paese e la sua gente possano crescere e trarre beneficio da un aumento del turismo, ma dall’altro il turismo di massa rovinerebbe molte aree che oggi sono ancora selvagge ed incontaminate.

Tramonto nel parco nazionale di Sutjeska

Un conflitto a cui non ho soluzione. Quello che potevo fare era godermi quella libertà. Ho provato (provo) gratitudine per quello che faccio, per le scelte che ho intrapreso nella mia vita. Sì, perché questo modo di vivere non è una condizione che mi è capitata per caso/fortuna… l’ho scelta.

Dimitri

Molte persone pensano che io sia molto coraggiosa. Non lo sono. Non credo proprio. Per me le famiglie che ho incontrato lungo il cammino sono molto più coraggiose. Io devo prendermi cura di me e sono responsabile solo di me stessa (e dei gatti), ma questi genitori hanno la responsabilità anche dei propri figli. È sicuramente uno stile di vita intenso ed appagante, ma può anche essere difficile e faticoso. L’unità familiare diventa il piccolo mondo dei bambini. Gli spazi sono ristretti. I contatti sociali con i coetanei sono ridotti. Difficoltà linguistiche. E… e… e… ma dal mio punto di vista personale è un dono meraviglioso che si possa fare ai propri figli, anche se loro non ne sono ancora consapevoli.

Una visita molto interessata ai miei gatti

Ne abbiamo parlato con Rebecca, Thomas e i loro figli Vinz (7 anni) e Tina (12 anni). Loro contro tutti. “Una scelta incosciente ed egoista” si sentivano dire da amici e parenti. La scuola si era rifiutata di far partecipare i bambini ad alcuni corsi online o di organizzare incontri online in cui scambiarsi curiosità ed esperienze. Un vero peccato. Una chance mancata (per la scuola). Ma loro hanno comunque portato avanti il loro progetto. Hanno venduto tutto, anche la casa. Stanno ancora viaggiando in luoghi incantati, sperimentando gioie e difficoltà che nessuna scuola può insegnare.

Sono grata per questo capitolo “Bosnia”, per l’arrivo di Cecilia, per gli incontri (quelli belli) con le persone (quelle speciali). Grazie anche a Rebecca per avermi dato l’opportunità di usare la sua musica per questo ultimo video dedicato al Parco Nazionale di Sutjeska.

Il viaggio continua in Serbia… un altro grande capitolo di questo mio girovagare, che vi racconterò nel prossimo post.

Un abbraccio

Stefi, Dimitri and Cecilia